Là dove Lawrence trovò un paradiso d’ulivi e mare

scritto da giorgiog1
Scritto 3 giorni fa • Pubblicato Ieri • Revisionato Ieri
0 0 0

Autore del testo

Immagine di giorgiog1
Autore del testo giorgiog1

Testo: Là dove Lawrence trovò un paradiso d’ulivi e mare
di giorgiog1

Sempre nel Golfo dei Poeti, tra Lerici e Tellaro, si trova il piccolo borgo di Fiascherino. Chi vi passa non può non notare le numerose targhe dedicate a David Herbert Lawrence: forse persino troppe, come osservava Mario Soldati, se si pensa al breve periodo trascorso dallo scrittore in quel luogo. Eppure Lawrence, narratore, poeta e saggista inglese divenuto celebre con L’amante di Lady Chatterley, vi trovò davvero un rifugio. Vi soggiornò dalla fine di settembre 1913 a luglio 1914, in un momento cruciale della sua vita.
Era il tempo del grande amore con Frieda von Richthofen, che aveva abbandonato il marito per fuggire con lui in Italia. Frieda era cugina di Manfred, il celebre “Barone Rosso”, futuro asso dell’aviazione tedesca. In quella villetta affacciata sul mare prese forma un nuovo Lawrence: quello dei romanzi L’Arcobaleno e Donne innamorate, il “poeta e profeta del sesso”, ma anche l’osservatore acuto e vivace che emerge dalle pagine del suo ricco epistolario.
Ciò che colpisce nelle sue lettere sono i dettagli della vita quotidiana. Scrive: “Sono così felice del posto che ho finalmente scoperto. È perfetto. C’è una minuscola baia semirinchiusa dalle rocce e ricoperta da piante di ulivo… un piccolo paradiso a sole 60 lire al mese, più 25 lire per la donna adibita ai lavori domestici… c’è anche una grande vigna. Non ci arrivano i carri, non esiste né una strada né una mulattiera. Le cose di cui abbiamo bisogno vengono portate dai contadini sulle loro teste, oppure giungono sulle barche a remi.”
Proprio il salario della domestica, Felice, diventerà per lui una preoccupazione costante. La descrive come una donna sessantenne, dalla pelle avvizzita, scalza, capace di trasportare sulla testa una dozzina di chili di carbone.
La bellezza dei luoghi ritorna spesso nelle sue parole: “Siamo a un’ora di strada da San Terenzo, il luogo di Shelley. La luna piena splende sul mare mobile e scintillante tra le rocce nere; io vado giù, mi bagno, m’inebrio.” Tellaro, che raggiungeva a piedi in dieci minuti per ritirare la posta, gli appare ora “inaccessibile come un nido di briganti”, ora “un umile teatro di pietra evocante immagini evangeliche”.
Per capire queste impressioni bisogna immaginare com’era Tellaro ai primi del Novecento: un borgo minuscolo e isolato, raggiungibile solo a piedi lungo mulattiere ripide o dal mare con piccole barche. Non esisteva una strada carrozzabile; la comunità viveva di pesca, di ulivi, di vigne e di orti, in un equilibrio antico e faticoso. Le donne trasportavano legna e carbone sulla testa, gli uomini uscivano all’alba per la pesca, e la Chiesa di San Giorgio dominava il paese come centro religioso e civile; l’istruzione un privilegio raro.
Le stagioni suggeriscono a Lawrence altre immagini: l’improvvisa nevicata di febbraio, il vento degli Appennini che fa oscillare le arance d’oro, la primavera con i suoi raccordi di colore e i ciuffi di peri in fiore.
Una natura materna, fatta di cieli e frutti, che ben si accorda — scrive — con il carattere forte e passionale degli abitanti. Attorno alla casa non c’erano che ulivi, viti, orti, fichi e pini d’Aleppo aggrappati alle rocce, a precipizio sul mare.
E quando Frieda chiese un pianoforte, lo vide arrivare trasportato su una barca.
Le giornate scorrevano tra bagni, pittura, lettere agli amici. Talvolta cenavano con contadini o pescatori conosciuti lungo il cammino. In una lettera Lawrence racconta: “La maestra di Tellaro verrà oggi a parlarci del suo amore per Luigi, il fratello di Ezechiele, che è il più bell’uomo che io abbia mai visto maneggiare una chitarra. Qualche volta vengono a suonare e cantare con noi, portando la chitarra…”
Quella maestra era Eoa Rainusso, che insegnò a Tellaro dal 1907 al 1952. Per la sua vita dedicata all’insegnamento, il Comune di Lerici le ha intitolato la piazza più bella del borgo, il Belvedere, dove sono incisi alcuni suoi versi: “L’eterna canzone del mare / si snoda nel bacio del sole / in faccia a Palmaria lontana / al Tino di mare fluttuante.”Eoa fu amica e insegnante di italiano di Lawrence, con il quale intrattenne un fitto scambio epistolare. Come scrisse Cecchi, Lawrence “non sarà certo il maggiore tra gli ultimi scrittori inglesi, ma forse il più affascinante: un genio sgretolato e tragico che dal suo morire quotidiano ha tratto la molla profetica di un nuovo primum vivere”.

Là dove Lawrence trovò un paradiso d’ulivi e mare testo di giorgiog1
27